Articoli marcati con tag ‘lucia oliva’

premio giovani danz’autori ER 2011 – prima selezione

venerdì, 9 luglio 2010

Giovedì 15 e venerdì 16 luglio si svolgerà a Sant’Arcangelo di Romagna la prima tappa di selezione del PREMIO GD’A – GIOVANI DANZ’AUTORI EMILIA ROMAGNA, inserita all’interno della sezione ESC di Santarcangelo – Festival Internazionale del Teatro in Piazza.

(continua…)

UNO SGUARDO AL CONCORSO

martedì, 29 dicembre 2009

Uno sguardo al concorso: l’importanza del confronto e della messa alla prova
Conversazione con Luca Nava di Le-gami (compagnia vincitrice GD’A 2005) di Lucia Oliva

La formazione bolognese Le-gami più che una compagnia intesa in senso tradizionale è da considerarsi un gruppo-progetto, ovvero una realtà in costante movimento in quel territorio che accomuna la danza con le arti performative, ma senza poter venire catturata dal cristallizzarsi di una definizione. È in questa commistione di ambiti e di appartenenze, così tipica del teatro di oggi, che si sviluppa la ricerca poetica ed estetica di Luca Nava, giovane coreografo la cui cifra autoriale si precisa proprio attraverso l’esperienza di Le-gami. Il gruppo vede la luce nel 2004 dopo una lunga frequentazione amicale prima ancora che artistica avvenuta durante gli anni dell’università.
Se Nava è sguardo esterno e timoniere della ricerca del gruppo, l’anima scenica della compagnia si incarna nei corpi di Francesca Burzacchini e Andrea Del Bianco, danzatori dalla formazione piuttosto atipica in grado di plasmare la propria presenza scenica con tutta la flessibilità che l’evoluzione del discorso artistico di Le-gami richiede. Questo assetto viene mantenuto dal gruppo fin dall’esordio avvenuto con Separazione, lavoro nato seguendo le suggestioni evocate dalla Triologia della città di K. di Agota Kristof. Il lavoro attorno al romanzo è riuscito a far incontrare e reagire le diverse predisposizioni ed esperienze dei giovani artisti, mettendo in luce un’affinità di fondo che permette al gruppo di continuare e sviluppare il confronto e la sperimentazione.
Sebbene la traccia del testo di partenza si disperda nella personale visione che ne restituisce Le-gami, dallo stesso nucleo concettuale deriva anche SP-3, la creazione vincitrice del concorso GD’A nell’edizione 2004-2005, in ex-aequo con il Gruppo Nanou.
Proprio in merito a questa esperienza incontriamo Luca Nava, per riallacciare i fili della memoria con l’attualità della vita della compagnia. «Il portato di un concorso come GD’A ha sicuramente una importanza considerevole nel percorso di una giovane compagnia quale noi siamo» riflette il coreografo, «Anche la stessa struttura del premio, pensata per tappe intermedie, contribuisce allo sviluppo della proposta conclusiva. Confrontandosi con la sua propria evoluzione e ancor di più con uno sguardo esterno competente ma mai invasivo la creazione ha tempo di maturare e di mettere a fuoco i suoi punti di forza, così come di limare le debolezze e le zone di rischio. Proprio questo feedback informale instaurato con noi da parte di una commissione esterna alla giuria delle fasi finali, e che vedo oggi essere diventato strumento previsto e formalizzato nelle diverse tappe del premio, è uno dei punti di forza del concorso, almeno a livello di affilatura della proposta artistica. Io credo che un giovane autore abbia molto bisogno di un riscontro critico che esuli dalle reazioni spesso entusiaste di amici e collaboratori più vicini, un riscontro che pur non indicando alcuna soluzione possa mettere in luce le zone più nebulose del proprio lavoro e in questo innescare una riflessione. Inoltre, in questa andatura a tappe, un altro aspetto fondamentale è il confronto con il pubblico, fosse anche numericamente esiguo o composto di addetti ai lavori. È proprio nell’aprirsi allo sguardo esterno generico del “pubblico” che un lavoro viene veramente messo alla prova, come se fosse in questo unico momento che la creazione può diventare viva. Questo si riscontra anche nella qualità dell’energia messa in campo dai performer, che in presenza di spettatori diviene palpabilmente diversa. Poi a livello più sistemico quello che io credo sia veramente auspicabile come esito di GD’A è il permettere a questi gruppi di circuitare. La promozione sul territorio, e non solo, è già uno dei portati del premio, in gran parte grazie anche al grande appoggio di Cantieri. In seguito alla nostra vittoria noi abbiamo presentato il lavoro al festival di Santarcangelo, abbiamo ottenuto una residenza all’Arboreto e diverse apparizioni in contesti urbani come Civitanova, oltre a proseguire il nostro discorso artistico anche in altri contesti. Io credo che una delle cose più importanti che GD’A può offrire, e tentare di incrementare, rispetto ai vincitori del premio, è proprio questa possibilità di circuitare, di avere una maggiore visibilità anche rispetto a un pubblico di operatori. Un confronto che io credo fondamentale per un giovane gruppo, anche quando l’incontro non ha gli sviluppi auspicati o addirittura un esito negativo».

EPIFANIA DEL MISTERO ANIMALE

martedì, 29 dicembre 2009

Epifania del mistero animale
Conversazione con Teodora Castellucci di Lucia Oliva

Teodora Castellucci si forma principalmente presso la scuola di movimento Stoa di Cesena, a cui si aggiunge una breve esperienza alla Summer School del Laban Center di Londra. Ha presentato il suo lavoro in forma non definitiva in diversi festival nazionali, tra cui Non ho mica vent’anni! e Drodesera. È l’artista più giovane partecipante alla finale.

Puoi raccontarci come è nato à elle vide, il progetto con cui sei arrivata in finale in quest’edizione del concorso Giovani Danz’Autori?

L’idea di partenza è molto semplice: ho voluto mettere in scena, grazie anche alla presenza di mia sorella Agata, due animali, un gallo e uno scorpione. È un lavoro di danza, ma è innanzitutto un lavoro pensato per gli occhi, letteralmente una visione. Anche per questo dico che è realizzato all’insegna della semplicità, della chiarezza. Non c’è nulla di nascosto in quel che si vede in scena, nulla di implicato al di là di ciò che viene dato nell’immediatezza e nella condivisione dello spettacolo. A me non piace quando un lavoro necessita di un apparato esplicativo a parte, quando bisogna ricorrere a teorie complesse per poterlo apprezzare. Anche se tutta la produzione teorica rispetto alla scena è molto interessante, per questo lavoro volevo qualcosa che fosse in scena e basta, assolutamente semplice ed evidente nella sua semplicità. Come processo creativo l’idea è nata da due miei disegni, due figure un po’ strane di animali, a cui ho scelto di dare vita. Di nuovo ho scelto di partire dall’immediatezza del fumetto e del cartone animato, perché sono cose che si danno in modo diretto. Mi piacerebbe che accadesse lo stesso con questi due animali, che in realtà non agiscono ma semplicemente sono. Infatti più che di azioni si tratta letteralmente di una presentazione, la presentazione di un gallo e di uno scorpione.

Come hai definito allora queste due figure, il loro comportamento o piuttosto il loro modo di esistere in scena?

Sono partita dallo studio di dati reali, per esempio ho osservato a lungo foto e documentari per capire come si comportano i galli da combattimento. Ci tengo molto a precisare questo perché quello che mi ispira di più per la danza non è tanto il movimento in sé, in senso astratto. Ovviamente è fondamentale, ma nella mia danza il movimento non nasce mai gratuitamente, è più come un’onda che sgorga da un carattere. Se in scena agisco in un certo modo è perché sono un gallo, non perché ho scelto alcuni movimenti che mi sembrano funzionare e che richiamano la natura dell’animale. Prima c’è stata l’idea del gallo e dello scorpione in forma di disegno, poi i costumi e in seguito la partitura fisica. Il movimento allora sembrerà necessariamente quello dell’animale, perché è maturato secondo un processo ben preciso. Non è l’immagine che si innesta sul movimento ma al contrario è l’immagine che lo crea, in questo modo le azioni si adattano sempre al carattere di personaggi che non fanno qualcosa, non agiscono, ma sono qualcosa.
In realtà non c’è nulla da capire o da scoprire, si tratta semplicemente della natura dell’animale, del suo atteggiamento. Ho cercato di restituirne il modo di essere, come per esempio nel caso dello scorpione che appare estremamente misterioso senza per questo nascondere qualcosa.

Come hai lavorato rispetto agli altri elementi della scena?

Anche a livello visivo tutto è ridotto alla sua forma più semplice, i colori sono estremamente selezionati: solo il nero dello spazio, insieme al rosso e al bianco dei costumi. L’ideazione e la costruzione dei costumi dei personaggi sono state fasi molto importanti, che hanno dato forma anche al modo di muoversi degli animali in scena. Per esempio lo scorpione indossa tacchi a spillo piuttosto alti e il movimento stesso è stato pensato per calzature di quella altezza, in netto contrasto con ciò che faccio io che sono scalza. Questo esempio si adatta anche a elementi più complicati del costume, come i caschi, che hanno richiesto moltissimo tempo per la loro realizzazione. È stato fondamentale il fatto che costruissimo noi stesse questi copricapi, che ne studiassimo la proporzione, prima lavorando sulla creta e poi con la vetroresina. L’aspetto del costruire e del costruirsi come personaggio è anche estremamente divertente, come il travestirsi prima di entrare in scena. In questo c’è un potenziale di trasformazione, un po’come fa Spiderman che quando indossa il suo costume diventa un supereroe.

IL CORPO ALL’ENNESIMA POTENZA

martedì, 29 dicembre 2009

Il corpo all’ennesima potenza
Conversazione con Simona Bertozzi di Lucia Oliva

Dalla ginnastica artistica alla scena contemporanea, Simona Bertozzi si è formata con i più grandi nomi della danza internazionale. Dopo la lunga collaborazione artistica con il coreografo Nicola Laudati, dal 2005 si unisce alla Compagnia Virgilio Sieni Danza, una delle più importanti realtà della danza contemporanea italiana.

Come è nato il lavoro che proponi per questa finale del concorso GD’A?

La radice del lavoro risale a uno studio intrapreso nel 2006 dal titolo L’endroit, presentato al festival  ‘Interplay’ di Torino e a ‘Bologna Estate’. Rispetto a quelle esperienze i presupposti da cui scaturisce l’indagine messa in atto non sono cambiati, quindi posso considerare questi allestimenti come delle tappe grazie alle quali sono riuscita a mettere a fuoco i caratteri del progetto portato a GD’A:L’endroit 2e.

Hai una grande esperienza come danzatrice e ti trovi ora alla prima prova come autrice. Cosa ha implicato questo passaggio?

Ho scelto di procedere per sottrazione, esplorando gli elementi fondanti derivati dal mio percorso di danzatrice. In questo modo mi sono ritrovata a maneggiare un materiale basilare ma assolutamente denso e capace di innescare un processo potenzialmente infinito. Roberto Passuti, il musicista con cui collaboro per L’endroit 2e e che si è occupato degli ambienti sonori e degli interventi musicali, lo ha definito un materiale atomico, nel senso di essenziale e sostanziale. Si tratta infatti di esplorare la sostanza corporea, di indagare un’azione fisica e il suo ingresso nello spazio. Sono semplicemente partita dal corpo e dalla sua materia. Arrivando a una disarticolazione continua, a scomporre e destrutturare, fino alla deformazione, sia spazio del corpo che relazione fra questo e ciò che lo circonda. La forma assunta in questa fase finale, che ritengo anche conclusiva rispetto al progetto, è quindi quella dell’incontro tra azione e spazio, in un dinamismo materico corporeo che si proietta fuori da sé. Endroit, letteralmente, è semplicemente una frazione di spazio. L’endroit è diventato un piccolo universo, ma la mia intenzione è di insistere su questa delimitazione, di partire da questo “luogo”, lo spazio del corpo, eliminando ogni volontà di rappresentazione e senza indulgere in connotazioni psicologiche o emotive.

Prima hai citato Roberto Passuti, autore della parte sonora di L’endroit 2e. In che direzione si è mossa questa collaborazione?

Il lavoro vive dell’interazione fondamentale con la musica che Roberto in parte elabora live durante la danza. La sua ricerca è cresciuta in parallelo con la mia sul movimento, indagando gli stessi presupposti e soprattutto cercando di ottenere una sostanza sonora che sia insieme potente, fondante, efficace. In scena vengono composti elementi che rimandano a un fuori, a un esterno, con alcune sonorità che scaturiscono dal mio movimento. C’è una parte in cui Roberto cattura e trasforma sul momento i suoni prodotti da un corpo che danza, in altre sezioni invece lavora su materiale registrato in precedenza, intrecciando il tutto in un intervento musicale progressivo che ripropone il crescendo ritmico dell’azione corporea.

Come si è evoluta la tua creazione rispetto alle diverse tappe del concorso?

Mi sono proposta di andare più a fondo rispetto agli elementi che porto in scena, anche scarnificandoli per non permettermi nessuna divagazione, ma solo un approfondimento per così dire verticale. In questo è stato molto utile il confronto con la commissione e i feedback avuti in seguito alla visione. Rispetto a questa ultima tappa ho lavorato sulla struttura coreografica, che si sviluppa accentuando le pause e le riprese dinamiche.

Mi puoi svelare alcune delle fonti con cui hai nutrito il tuo immaginario durante la realizzazione di questo lavoro?

Ce ne sono diverse anche se alcune rimangono nascoste nell’ossatura del lavoro, appartengono alla fase creativa, al processo del fare. Per esempio la lettura dellaLentezza di Milan Kundera mi ha suggestionato rispetto alla fruizione temporale dell’azione, a come si possa gustare la percezione del corpo in un tempo dilatato e come questa quasi sfugga nella velocità. Poi ho pensato ai corpi nodosi e sensuali di Schiele, al suo segno che crea posture potenti ma come sospese nel vuoto per ricreare una danza di articolazioni e di interstizi.