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LO SPAZIO CONQUISTATO DAI CORPI URBANI

martedì, 29 dicembre 2009

Lo spazio conquistato dai corpi urbani
di

Cosa rappresentano questi corpi che invadono le strade e le piazze, che si arrampicano o scendono dagli edifici, che convogliano nei luoghi più familiari un pubblico pressoché ignaro per proporre un altro punto di vista? Che si tratti di un nuovo bisogno della danza o di uno strumento di ricerca, di un linguaggio della città contemporanea o di un corollario dell’apparato architettonico, le membra dei corpi aggiungono valore ai luoghi, li animano, li stravolgono e li percuotono a volte. La danza trova ancora poco spazio nei luoghi dedicati e la danza urbana si misura con ciò che è reale e appartiene a tutti. Non si deve varcare alcuna soglia, non si è costretti nella poltrona, si accetta solo di ascoltare per qualche minuto la voce di chi danza. Il potere straordinario di una forma d’arte che lascia la libertà all’interpretazione, che si nutre del particolare e non tralascia la tecnica, è proprio nella sua essenza, il suo nascere dall’anima di un luogo che dialoga con chi lo abita.

Nel confronto con gli spazi urbani il danzatore accetta una sfida diversa da quella del palcoscenico e costruisce un percorso in cui l’imprevisto, l’inaspettato, costringe a cambiare direzione. Le storie che si raccontano, per quanto personali, si espongono senza pudore. Spesso non c’è il buio o il gioco di luce a incorniciarle, ma si presentano nella loro purezza di corpo in movimento. Sono corpi politici in un certo senso, perché parlano del mondo al mondo, senza mezzi termini, e si fanno accettare per quello che sono, per quel tempo che lo sguardo altrui concede. Chi ha difficoltà a inserirsi nei circuiti teatrali, spesso trova nella danza urbana un palcoscenico alternativo. Così la danza urbana è anche opportunità per gli artisti e per quegli operatori che, al margine dei grandi attraversamenti culturali e artistici, intendono muovere le coscienze, mostrare i talenti nascosti e troppo poco considerati, esternare la comune passione per la danza e stimolare il dialogo con chi ancora li guarda con diffidenza. La danza attraverso “un’incursione urbana”, riacquista la sua connotazione di linguaggio universale proponendosi con semplicità nel quotidiano e sfata il mito di una forma d’arte elitaria, recuperando il contatto con il più ampio pubblico. Questo potere sembra sedurre anche i più importanti festival “teatrali”, che negli ultimi anni si aprono all’urbano e lanciano eventi collaterali per le strade e le piazze delle proprie città. Non si perda però la distinzione: la danza urbana si alimenta di un autonomo percorso di ricerca e non deve ridursi unicamente a strumento di marketing per attirare il pubblico nelle sale.

LUNGO IL FILO DEGLI INCONTRI

martedì, 29 dicembre 2009

Lungo il filo degli incontri
Conversazione con Giannalberto De Filippis di

L’italiano Giannalberto De Filippis e l’israeliana Michal Mualem si sono incontrati a Berlino nel 2004. Da allora lavorano insieme come danzatori e coreografi. A Ravenna presentano l’anteprima del loro ultimo lavoro, con un titolo a sorpresa.

Quale è la vostra formazione?

GIANNALBERTO DE FILIPPIS: Ho iniziato a praticare arti marziali e poi mi sono avvicinato alla danza classica e moderna. Ho studiato a Londra e lavorato in Svizzera e Germania. Michal, da piccola, ha fatto nove anni di ginnastica artistica a livello agonistico. Poi ha iniziato lo studio della danza in alcuni centri israeliani e in particolare ha lavorato con Liat Dror Nir Ben Gal & Company e Noa Dar. Sei anni fa è entrata a far parte della compagnia Sasha Waltz. Michal e io ci siamo incontrati proprio a Berlino, in occasione del progetto preparatorio alla produzioneInside Out di Sasha Waltz. Abbiamo iniziato a collaborare nel 2004, prima come insegnanti e in seguito come interpreti-coreografi.

Quali sono stati i lavori creati insieme?

G.D.F.: La prima creazione In Between è un duetto del 2005, presentato a Londra, Praga e Losanna, oltre ad alcune città in Israele. Nel 2006 abbiamo creato Here and Not, insieme a un terzo danzatore. Il lavoro che presentiamo a Ravenna, in anteprima, è la nostra ultima produzione. Il processo creativo è stato piuttosto frammentario e al momento non esiste nemmeno un vero e proprio titolo. In origine era Here Somewhere, poi è stato modificato in corso d’opera.

Qual è stata l’intuizione iniziale, e come si è evoluto il vostro progetto?

G.D.F.: Inizialmente si pensava a un trio composto da due donne e un uomo, poi lo si è immaginato piuttosto come un quartetto. Purtroppo una danzatrice, Claudia, si è infortunata e il percorso ha cambiato struttura, fino ad arrivare a oggi, in cui si è tornati a due uomini e due donne. La coreografia ha avuto uno sviluppo accidentato, sia a livello fisico che emotivo, ma in realtà questo non ci ha influenzato negativamente. Il ruolo di Claudia, dopo l’incidente al ginocchio, si è leggermente modificato, ma lo stesso limite fisico è entrato nel processo creativo, diventando parte integrante del lavoro. La tematica portante riguarda i limiti dettati da una condizione fisica o di relazione. Si tratta di un filo conduttore che appartiene alla vita. Un filo che incontra nodi e difficoltà. Un filo che guida e a volte trascina.

Esiste una relazione tra quest’ultima creazione e le due precedenti?

G.D.F.In BetweenHere and Not sono spettacoli nati da quello che io e Michal abbiamo vissuto, da quello che è stato tra di noi in un primo tempo e da quella che si è verificata essere la nostra condizione di vita, sempre in viaggio, sempre in luoghi diversi. In quest’ultimo lavoro, oltre a scrutare l’esterno, continuiamo a guardare dentro noi stessi. Anche in questo caso, siamo partiti da dove siamo ora. In un certo senso abbiamo iniziato a lavorare in duetto, per poi intraprendere un dialogo con altre persone, con cui confrontarci costantemente.

Presentate questo lavoro all’interno di un Concorso per Giovani Danz’Autori. Vi riconoscete in questa categoria?

G.D.F.: Io ho trentatre anni e Michal trentadue, e il nostro percorso coreografico è nato all’incirca due anni e mezzo fa, per cui in questo senso ci sentiamo giovani. Inoltre non siamo una compagnia finanziata e non abbiamo ancora fatto alcuna esperienza di residenza creativa. Pensiamo di poter e voler ancora crescere.

Tu hai avuto una parte di formazione e diverse esperienze professionali all’estero. Michal è israeliana e lavora anche a Berlino. Come mai questa scelta di lavorare in Italia?

G.D.F.: Le mie radici sono italiane e ho voluto riportare qui l’esperienza fatta altrove. Stiamo provando a costruire un percorso in Italia, anche se non tralasciamo le relazioni con l’estero. L’esigenza di uno scambio continuo è molto forte, per poter crescere come danzatori e come coreografi. La scena israeliana, inoltre, è molto vivace e per questo proveremo proprio a lavorare tra Italia e Israele.