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Immaginare la danza d’autore

martedì, 29 dicembre 2009

Immaginare la danza d’autore
Conversazione con Monica Francia e Selina Bassini di Altre Velocità

Da anni Cantieri lavora a sostegno della giovane danza d’autore. Prima immaginando festival, come Ammutinamenti e Lavori in Pelle, poi affiancando a questi contenitori il progetto GD’A, strumento per sondare il territorio e accompagnare la formazione di compagnie e coreografi. Il concorso nasce nel 2002 in veste urbana, ma presto assumerà i caratteri che oggi lo contraddistinguono, prevedendo varie tappe durante un anno di lavoro. Ne parliamo con le ideatrici, le due anime di Cantieri Monica Francia e Selina Bassini.

Come e perché nasce il concorso GD’A così come lo vediamo oggi?

MONICA FRANCIA: L’attuale formula a tappe è alla terza edizione, e nasce quindi nel settembre 2004, dopo altri esperimenti pensati per il formato urbano. Per i prossimi anni il concorso è sostenuto dalle rete , composta da varie realtà regionali tra cui festival e teatri, che ha deciso di fare di GD’A un progetto proprio. La collaborazione era già iniziata nel 2006, per esempio con l’Arboreto di Mondaino e con il festival di Santarcangelo, per il 2008 faremo di più, prevedendo un sostegno economico della rete che incrementi la circuitazione delle compagnie.

Secondo la vostra pluriennale esperienza, in quali aree è più opportuno intervenire a sostegno dei giovani gruppi?

SELINA BASSINI: È fondamentale una conoscenza organizzativa e amministrativa che spesso scarseggia, anche perché mancano le occasioni formative. GD’A ha tentato di colmare questo vuoto, facendo incontrare i gruppi con operatori, commercialisti, organizzatori. Inoltre c’è una scarsa dimestichezza a livello scenotecnico: un gruppo giovane raramente dispone dell’attrezzatura di cui i teatri sono provvisti, per questo l’aspetto tecnico viene trascurato.

M.F. A livello generale, non solo quindi per i gruppi, c’è poca consapevolezza sulla differenza fra “danz’autore”, “coreografo” e “danzatore”. È forse utile ribadirlo. Il coreografo è qualcuno che prende un’opera e la trasforma, e può essere sia un autore che un regista, è una definizione molto ampia. Il danz’autore è colui che crea un proprio progetto di danza, creando un codice o rielaborando codici già strutturati. Il danzatore, infine, è colui che allena un corpo attraverso i codici, e si mette al servizio dei coreografi e dei danz’autori.

Fra i gruppi che vengono selezionati troviamo personalità artistiche già definite o si scommette anche su proposte più “acerbe”?

M.F. GD’A è un percorso di formazione, l’unico in regione. Tale percorso può rivelare artisti già maturi oppure gruppi meno definiti qualitativamente. In questi casi il concorso è un’occasione che speriamo possa aiutare a meglio definire le singole identità.

S.B. Per questo motivo non chiediamo che i progetti siano presentati in esclusiva: chi partecipa al concorso può liberamente mostrare il proprio lavoro altrove. Credo sia un modo per far crescere le opere, e per questo si scommette sulla potenzialità e non solo sull’esito finale di qualità. I gruppi sono seguiti per un anno da una commissione che opera la selezione per le prime due fasi. Nel 2007 era composta da Paolo Brancalion, organizzatore dell’Arboreto di Mondaino, da Roberto Casarotto, direttore artistico della sezione Danza di Operaestate Festival Veneto, e da Lorenzo Donati, critico teatrale. Il tutto coordinato dalla responsabile Francesca Serena Casadio di Cantieri.

Cosa c’è in palio per il vincitore di GD’A?

M.F. Questa edizione e le prossime vorranno premiare il percorso, il progetto artistico della compagnia anche al di là del risultato. In quest’ottica rientra il sostegno per la circuitazione. L’idea è che gli operatori della ricevano un contributo che permetta loro di mettere in programmazione i gruppi di GD’A che riterranno più adatti alle loro strutture. Il vincitore avrà comunque un premio di 3000 euro.

S.B. In questo contesto ogni partner della rete diventa il referente per la giovane danza d’autore per le singole province. Già da quest’anno si è avviata una relazione di scambio e di consiglio fra i gruppi partecipanti e i singoli operatori di Anticorpi.

ALLENAMENTO DELLO SGUARDO, ESPRESSIONI DEL CORPO

martedì, 29 dicembre 2009

Allenamento dello sguardo, espressioni del corpo
Conversazione con Elisa Mucchi di Serena Terranova

Si chiamava Solo corpo ed era concepito per una sola danzatrice. Nelle fasi intermedie la protagonista ha incontrato il suo doppio, e per GD’A arriva addirittura a essere un lavoro corale per quattro danzatrici: così Elisa Mucchi si presenta a Ravenna, e ripercorre in poche battute il suo percorso nella danza.

Come è avvenuto il tuo incontro con la danza?

Mi sono avvicinata alla danza da piccola, seguendo alcuni corsi di danza classica a Ferrara, la mia città. Più tardi ho frequentato corsi e workshop di altro genere e in città diverse, fino a lavorare con una compagnia di musical, con cui ho svolto numerosi laboratori intensivi, per poi scoprire che neanche quel tipo di spettacolo faceva per me. Un primo passo importante è stato con l’Alma Jazz di Ferrara, dove ho conosciuto Giacomo Sacenti e Alessandra Fabbri, con i quali ho fatto le mie prime esperienze all’estero. Successivamente mi sono diplomata in un corso di perfezionamento tenuto dalla compagnia Dejadonnè, e in seguito ho partecipato a un progetto di formazione alla Biennale di Venezia, che consisteva in uno scambio, un confronto dal vivo tra coreografi.
L’elemento che ritengo più significativo di tutto il mio percorso di formazione è l’aver attraversato diversi generi, ciascuno con i propri codici. In particolare per quanto riguarda la mia ricerca in Italia non posso dire di aver trovato un maestro o un unico stile da preferire agli altri, conservo piuttosto dentro di me la memoria di una serie di incontri che mi hanno aiutato a mantenere vivo e vitale il mio pensiero sulla danza, sulla coreografia. Incontri che mi hanno aiutato a crescere. Il mio rapporto con la danza si fonda sulla visione, sullo sguardo: la volontà di crescere come artista rinasce ogni volta che andando a teatro vedo uno spettacolo che mi stimola intellettualmente, oltre che artisticamente. Così è avvenuto l’incontro con la danza di ricerca: frequentando le sale teatrali.

Quali sono le tue fonti di ispirazione, modelli o codici artistici che hai assunto e con i quali lavori attualmente?

Al momento della creazione, più che seguire le direttive dettate da uno stile, cerco di intravedere un percorso naturale che si sviluppi a partire dalle mie idee. Non amo molto le definizioni, le distinzioni strutturali da un genere all’altro. Credo nella verità del corpo, in un’attenzione che più che a stili o poetiche si rivolga alla “persona”, per diventare un’indagine in profondità. In questo senso il percorso naturale che cerco nei miei studi affronta gli aspetti comunicativi, la forza di trasmissione di immagini, messaggi, parole che nascano direttamente dal corpo.
Ad esempio proprio per questo ho amato molto l’ultimo lavoro di Yasmeen Godder, perché attraversa diversi modi di stare sulla scena e non può limitarsi a un’unica definizione. E soprattutto il corpo è realmente uno strumento creativo, non un elemento derivato e chiuso in uno stile.
Per creare le mie coreografie, inoltre, mi piace partire da esperienze personali concrete, fatti vissuti. Non sto parlando da un punto di vista psicologico, ma sociale, sensoriale, concreto, che si possa poi trasferire sulla scena nella sua piena complessità.

Come hai vissuto l’esperienza del concorso Giovani Danz’Autori?

Come ti relazioni a queste iniziative create appositamente per la danza giovane?
Trovo che siano molto positive, considerato che la danza in Italia è ancora molto indietro, e di questo ho sofferto nel mio percorso. È il segno di un cambiamento, forse. In tutto il periodo del concorso sento di essere cresciuta molto, di aver potuto ridefinire il corpo nella sua potenzialità espressiva e fruibilità comunicativa, funzione sociale e verità individuale. È stato molto importante per me essere in un certo senso “costretta” talvolta a stravolgere tutto, abbandonare e ricominciare. Questo perché la giuria si è posta in modo molto costruttivo, valutando il progetto nei suoi risultati ma focalizzandosi anche sulla mia crescita personale come artista, aiutandomi a ragionare sul mio studio coreografico, che all’inizio era maggiormente legato alla forma. Mi hanno dato consigli, prestato attenzione, e tutta l’esperienza è stata certamente positiva.

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martedì, 13 ottobre 2009

È attiva una newsletter che periodicamente informa sulle attività connesse alla rete (programmi, eventi…) e segnala opportunità varie per danz’autori (concorsi, premi, laboratori…).